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lo straniero

Con questo vento non verranno più, sarebbero dovuti essere qui alle 15. Bho! Aspetto ancora un po’. Certo, se funzionasse il telefonino potrei chiamare, sapere dove si trovano e se intendono ancora proseguire la loro escursione fino a  Torre Canai.

Se avessi  previsto il contrattempo avrei portato il notebook: ho sempre da fare! Pazienza, intanto mi riposo. Ma si, riprendiamoci il gusto di oziare, non capita più di fermarsi con se stessi, riflettere, pensare, rilassarsi, liberarsi.

Ecco, provo a liberare la mente, pensare a niente, vuotarla.

Però il vento aumenta, soffia forte, quasi ulula, sembra di sentire un lontano lamento. Anche il mare partecipa: è un rumore cupo. Mi affaccio a una fuciliera, lo vedo. È bianco. Vedo lunghe onde schiumose che vengono da lontano, arrivano dal largo, anch’esse rumorose.

È levante, scirocco, ostro… non si capisce la provenienza del vento che  arrivato sulla Torre la avvolge in un grande abbraccio. Però è bello trovarsi qui adesso, sentirsi fuori dal mondo, ma immersi in questi elementi naturali. Tutto questo mi rilassa. Mi siedo, riposo. Son stanco. Ieri notte ho fatto tardi e ho pure avuto una mattinata stressante. Quasi quasi preferirei non arrivasse più nessuno, mi fermo ancora un po’ in questa luogo, non voglio andarmene. Sto bene.

Che c’è? Chi bussa?

Non ho sentito voci ….. ho un po’ di paura. Il telefono è sempre fuori servizio: solo chiamate di emergenza … chi posso chiamare? Il 113, il 115 o il 118!

Ma no apro … saranno arrivati in silenzio, forse è semplicemente uno scherzo, o forse il vento copre tutto ciò che accade all’esterno.

Apro la porta

-         Buonasera, desidera?

Non risponde, forse non desidera

-         Vuole entrare?

Entra, è bagnato. Ha gli abiti inzuppati, lascia le orme e una scia di goccioline sul cotto rosso del pavimento.

Si guarda attorno e mi osserva, mentre io guardo fuori: non piove, non c’è nessun altro all’esterno e io continuo a non capire.

Ha 25/30 anni, è abbronzantissimo nonostante siamo in primavera. Avrà fatto la lampada …oppure è il colore della sua pelle. Ecco …parla.

In uno stentato italiano mi dice che è bagnato … me ne ero accorto!

 

 

 

 

 

 

 

Trovo un asciugamano dimenticato dalla scorsa estate nello sgabuzzino, lo prendo. È rigido ma è meglio di niente. Se lo avvolge nelle spalle e si siede. È stanco, affanna un po’.

Io incomincio il terzo grado.

-         Chi sei, cosa vuoi, da dove vieni, che cerchi? … e via domandando.

Mi guarda, non risponde.

Si avvolge ancora di più nell’asciugamano blu mare che contrasta col colore della sua pelle, con il bianco dei suoi denti irregolari, con il nero dei pantaloni fradici e fuorimoda.

Che faccio? Questo cosa vuole da me, perché è qui, adesso, è solo un caso che la Torre sia aperta … per fortuna il tizio sembra tranquillo: sorride perfino.

Prendo un bicchiere, verso l’acqua dalla bottiglia di plastica, gliela offro. Beve, me lo porge, lo riempio ancora. Beve e sorride … sembra soddisfatto.

-         Who are you? Where do you come from?

Provo a chiedergli. Nessuna reazione!

-          Parlez vous francais?

-         Oui, oui! Je parle francais

Un bel guaio, io non lo parlo affatto, però qualcosa capisco.

Mi chiede se è questa la Sicilia …cerco di spiegargli che ha sbagliato isola, ma non è interessato alle mie informazioni.

Capisco che non è una questione di lingua, non risponde perché non sa rispondere. Ripete in continuazione che lui vuole andare in Sicilia perché tutti andranno in Sicilia, erano in tanti, son partiti in tanti e lui vuole tornare da loro. Non sa dire altro.

Si affaccia alla finestra, scruta l’orizzonte, trova la scaletta per andare in alto e sale nella piazza d’armi.

Lo seguo, su in alto dobbiamo tenerci al muretto per non essere trascinati; il vento è sempre forte e io mi riparo nella camera dell’alcaide, mentre lui scruta ancora l’orizzonte alla ricerca di ciò che non si vede.

Ritorna verso di me. È buffo avvolto nel suo mantello di spugna, ha la  delusione stampata in viso.

Lo invito a tornare dentro, a scendere le scale. Sembra di scendere un camino attraversato da una corrente fredda. Il vento ci spinge in alto, c’è buio. Lui inciampa, io gli cado addosso. Precipito…  e mi sveglio! Son solo!

Strano però, ci sono delle macchie bagnate e una scia di goccioline sul cotto rosso del pavimento, eppure non piove.

Graziano Bullegas

     
 
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