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Era ormai questione di tempo, di mesi,
per chi da anni governava la Torre di Canai, col titolo
spagnolesco di alcaide.
All’estremità meridionale dell’isola.
Per tanti anni, un tempo da papa e da re,
la sua vita si era cadenzata su quella di un tronco di
cono, nudo e possente.
Era fiero di essa, era fiero di esserne
l’alcaide, ma sempre meno convinto, con dubbi e
perplessità ricorrenti. Si, era stato fiero di essere …
riusciva a dirsi, certe volte, quando si spogliava della
divisa.

Ai suoi ordini una piccola guarnigione di
cinque-sei tra soldati e sottufficiali, due cannoni di
ferro per tenere a bada aggressori meridionali.
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Da lassù avrebbe un giorno potuto
avvistare vele minacciose, a decine; avrebbe lui, l’alcaide
di Torre Canai, potuto salvare l’isola!

Andò diversamente.
Piccole scaramucce con sciabecchi
barbareschi da quattro soldi, quasi risse da locanda di
porto. Avvicendamenti di soldati sempre più annoiati.
Rara corrispondenza con i Comandi Centrali …
Di lì a poco sarebbe stato messo a
riposo; la torre con le sue bocche da fuoco arrugginite
sarebbe stata dimessa. Il nemico si armava in altri
punti del quadrante.
La soria di quegli anni si era svolta
alle spalle del fedele alcaide di Torre Canai.
Remo Marcone |